80 anni di Repubblica, 70 di Consulta: dialogo costituzionale con Silvana Sciarra
Intervista a cura di Francesco Galanti
(Generation PRS, intervista effettuata nell’ambito del Progetto “Festa della Costituzione”)
- Introduzione
Presidente, qual è stato a suo avviso l’elemento politico che ha portato l’Assemblea costituente a produrre un testo costituzionale capace di fornire all’Italia un nuovo assetto istituzionale, in grado di resistere nel tempo fino ad oggi?
Secondo me, quando si parla della lungimiranza dei Costituenti per la capacità di aver scritto un testo costituzionale che regge al tempo ed è ancora così valido e forte, si deve immaginare la lotta per la libertà che c’è dietro la storia dei Costituenti. De Gasperi, in uno dei suoi primi interventi all’Assemblea, lo spiegò molto bene: abbiamo conosciuto cosa vuol dire vivere senza libertà e questo è stato l’elemento più importante che ha contribuito alla solidità del testo costituzionale.
L’altro elemento fu l’unità delle forze politiche, altro fulcro dell’Assemblea Costituente che venne riversato nel testo della Costituzione. Infatti, il risultato è un documento omogeneo, chiaro, perché scritto in un italiano meraviglioso, unificante negli intenti e ancora oggi, senz’altro, la Costituzione riesce ad unire noi cittadini.
- La rivoluzione copernicana dell’art. 3 della Costituzione
Come rivista, partecipiamo al progetto “Festa della Costituzione, una gara letteraria rivolta ai giovani, per celebrare l’80esimo della Repubblica. Abbiamo deciso di dedicare questo progetto a Teresa Mattei, che ha contribuito alla stesura dell’art. 3 della Costituzione. Qual è il perno di questo articolo e perché fu così innovativo per il nostro sistema costituzionale?
È stata un’ottima idea dedicare a Teresa Mattei questo progetto, perché con lei abbiamo l’immagine di una donna giovane, la più giovane della Costituente, che superò due ostacoli che all’epoca erano all’ordine del giorno nel contesto politico, attraverso la dimostrazione delle sue competenze. Il suo modo di parlare e di scrivere, infatti, era incisivo ed è questo ciò che infine contò davvero. Lei è un esempio, io credo, per tutte le giovani donne d’oggi: devono sentirsi forti delle loro competenze. La Mattei diffuse la sua autorevolezza ed è riuscita ad ottenere ciò che voleva, come ad esempio l’inserimento dell’inciso “di fatto” nell’art. 3 della Costituzione.
E proprio l’art. 3 è il fulcro del pensiero costituzionale moderno ed è importante ricordarlo oggi, in un tempo in cui le diseguaglianze purtroppo sono ritornate drammaticamente sulla scena e, per certi aspetti, sono aumentate. È una norma di grande rilievo, anche dal punto di vista del diritto comparato, che impegna lo Stato a rimuovere gli ostacoli che si frappongono tra i cittadini e lo Stato stesso. I cittadini si avvicinano ai pubblici poteri con una consapevolezza: che il diritto all’eguaglianza non è solo proclamato formalmente, ma è garantito nei fatti.
- Il principio di collegialità nelle decisioni della Corte
Quanto è importante per un sistema democratico la collegialità nel prendere le decisioni? Lei ritiene che oggi nel tessuto istituzionale e politico sia in salute il concetto di collegialità e di orizzontalità del potere?
Sono contenta che si evochi il principio di collegialità, che pensiamo tutti, spesso, di avere appreso e praticato. Io stessa pensavo di averlo appreso nel corso della mia carriera universitaria. Ma la collegialità della Corte costituzionale è stata una esperienza impareggiabile, di conoscenza e di altissima crescita. Di crescita, aggiungo un aggettivo, “spirituale”, perché davvero insegna a ciascun componente del collegio a rispettare l’altro, ad ascoltare e a raggiungere un consenso che non è mai banale, perché è una via di mezzo che tiene conto delle personalità, anche delle provenienze disciplinari, di ciascun giudice. Una via di mezzo che aiuta a ricercare soluzioni possibili.
Collegialità vuol dire incontrarsi in un rassicurante punto di mezzo.
Oltretutto, la sala della Camera di Consiglio ha una architettura tale da favorire il raggiungimento di tale obiettivo: una sala con un tavolo ovale al centro, dove tutti i giudici sono seduti uno accanto all’altro, in pari posizione, con le finestre che si affacciano sulla piazza del Quirinale e fanno entrare una luce che illumina le menti dei giudici.
Negli Stati Uniti esiste il cosiddetto sistema della “dissenting opinion”, secondo cui la decisione contraria della minoranza dei giudici della Corte Suprema può essere messa per iscritto in una “sentenza parallela” e resa nota all’opinione pubblica, al fine di rendere trasparente la discussione avvenuta dentro il collegio. Che ne pensa?
La collegialità è condivisione. Io ho imparato molto dai colleghi e difendo sempre tale principio. Non sono favorevole al meccanismo dell’opinione dissenziente per il sistema italiano, perché ritengo che la composizione della Corte costituzionale italiana sia talmente peculiare, per la varietà del meccanismo di nomina, per le competenze e la provenienza disciplinare dei giudici, da rendere necessario combinare e magnificare tali diversità all’interno del collegio e della collegialità.
Come possiamo rifuggire le mire personalistiche?
Io porto dentro di me un insegnamento, che spero di non perdere mai: il personalismo, cioè l’affermazione di te come individuo, quando fai parte di un collegio non fa bene. Bisogna saper reprimere gli atteggiamenti che portano ad affermare un punto di vista che sovrasta totalmente quello degli altri.
Perfino nello scrivere, lo stile troppo personale non fa bene alla ricerca della soluzione comune. Su questo aspetto richiamo le pagine dell’accademico e giudice statunitense Guido Calabresi, che racconta il suo sforzo per comprimere la passione dello scrittore accademico quando doveva redigere le sentenze. La sentenza, appunto, è altra cosa rispetto ai testi accademici, scritti con uno stile più personale e distintivo.
- “Il cuore della democrazia è il lavoro”
Lei ha affermato una volta che “il lavoro è il cuore della democrazia”; potremmo dire che è anche il cuore della nostra Costituzione. L’art. 4, quando afferma che ciascuno di noi ha il dovere di svolgere una professione in linea con le proprie possibilità e la propria scelta, intende tutelare e valorizzare anche la libertà personale? E come oggi questo articolo trova attuazione nella vita di tutti i giorni?
Io ho sempre sostenuto che il lavoro è il cuore della democrazia, per quello che è l’impianto della nostra Costituzione, a partire dall’art. 1 e dall’art. 4, proprio perché è un mezzo che i Costituenti hanno individuato per uscire dal regime totalitario in cui l’Italia viveva. Da un lato, la democrazia è fondamento dell’agire collettivo, dall’altro il lavoro libera dal bisogno e dalla sottomissione, quindi il lavoro è strumento di emancipazione e di affermazione della persona. Questa non è altro che l’affermazione del principio personalistico, così forte nella nostra Costituzione, richiamato, tra gli altri, dagli interventi di Moro, di La Pira e Dossetti, nei lavori della Costituente. Il lavoro si collega poi all’art. 2: l’individuo che si realizza nella sua individualità e nei corpi intermedi, con l’affermazione del principio di solidarietà.
Ecco che allora l’art. 4 contiene un messaggio per cui ciascuno esprime le proprie capacità, ma anche le proprie aspirazioni, quello che vorrebbe fare, le proprie scelte professionali, di studio, quello che vorrebbe vedere realizzato. Pensiamo di avere una competenza e possiamo metterci alla prova. Dovrebbe essere questo l’art. 4. Sappiamo che non è sempre così, perché è difficile, ancora oggi, fare incontrare l’offerta e la domanda di lavoro. Da tempo si coltiva un lungo dibattito sulle “nuove competenze”: c’è sempre un ritardo nel mercato del lavoro, per raggiungere quelli che sono gli obiettivi che l’economia e il mercato pongono e le nuove competenze spesso ancora, non ci sono. Non siamo stati messi nella condizione di imparare ciò che serve oggi per lavorare.
Per noi giovani tutto questo è sconfortante.
No, questo non deve scoraggiare, soprattutto per i giovani, perché penso che la tenacia e la voglia di proseguire sul percorso che abbiamo disegnato per noi stessi (passate e presenti generazioni) non ci devono abbandonare. Quindi occorre continuare con passaggi graduali immaginando che, forse, i percorsi di crescita professionale, le aspirazioni che diventano realtà, hanno bisogno di tempo per realizzarsi, ma non è detto che ciò non avvenga.
Servono tenacia, perseveranza e apprendimento continuo. E questo vale per tutti. Anche io, arrivata alla Corte costituzionale, ho dovuto ricominciare ad apprendere, perché era per me un nuovo lavoro.
- La Corte costituzionale come baluardo della Repubblica
Presidente, quest’anno ricorre anche l’anniversario della prima udienza pubblica della Corte costituzionale: di cosa si occupò la Corte in quella decisione e perché è rilevante ancora oggi?
Mi fa piacere che venga ricordata la prima udienza della Corte costituzionale. Ho preso parte alle celebrazioni per i 70 anni che rievocano quel giorno nell’aprile del ’56 e ho avuto modo di ripercorrere quel momento storico. La ricostruzione storica segna la transizione dal regime totalitario a quello democratico. La Corte si espresse proprio sul tema della libertà di manifestazione del pensiero e sulla libertà di stampa, tutelate dall’art. 21 della Costituzione. Alla Corte giunsero molte ordinanze di rimessione, alcune proprio dalla Toscana, da Prato, dall’illustre pretore Antonino Caponnetto. Tutte le ordinanze chiedevano di superare la disciplina fascista che impediva la libera manifestazione del pensiero.
La Corte fece un passo di grande rilievo, perché si dichiarò competente nel sindacare la legittimità costituzionale di norme antecedenti alla Costituzione stessa, consentendo quindi alla Repubblica di camminare con nuove gambe. Vi fu una importante affermazione circa le norme cosiddette programmatiche della Costituzione, che non sono in realtà solo tali, ma al contrario esprimono forza normativa di grande rilievo.
Ricordare quella prima udienza dà forza alla Corte costituzionale oggi, settant’anni dopo; essa continua ad essere un organo di garanzia da tutelare e, aggiungo io, da rispettare, perché è il segno visibile della divisone dei poteri.
Spesso è difficile far comprendere le decisioni di un organo come la Corte costituzionale, non investita dal voto popolare.
La Corte non cerca il consenso attraverso il voto, come accade per gli organi di rappresentanza politica, ma cerca un consenso attraverso l’autorevolezza delle sue decisioni, attraverso un riserbo istituzionale, che non deve sembrare tipico di una “torre d’avorio”, ma che è proprio posto a tutela della correttezza e genuinità delle decisioni. Ciò che conta è il risultato. Tuttavia, mi piace ricordare che, grazie al Presidente Paolo Grossi, la Corte ha aperto una stagione comunicativa assai importante, senza venir meno al self-restraint tipico di un organo di garanzia, ma tale da far comprendere ai cittadini che la Corte lavora per loro, per i loro diritti. Le sentenze della Corte, dopo tutto, entrano nella vita dei cittadini, ogni giorno. La Corte è un organo di garanzia che rende effettiva la tutela dei diritti e i cittadini devono essere coscienti di avere questo essenziale strumento di tutela dalla loro parte.